L’Italia e il carcere.

A cura di Marco Giannini

Associazione Antigone: XIII rapporto sulle carceri

la copertina del XIII rapporto Antigone

“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”. La ben nota citazione di Voltaire, ripetuta tante volte in anni recenti anche in Italia, trova conferma nel declinante panorama penitenziario nostrano così come illustrato dal tredicesimo rapporto, pubblicato pochi giorni or sono dall’Associazione Antigone arricchito da una grande quantità di dati e infografiche a corredo dei 28 articoli. Si parte con una sezione dedicata alle politiche generali applicate al carcere e al sistema penale, con focus sulla popolazione interna, sulla condizione degli stranieri e specificamente dei migranti ospitati nei centri di detenzione amministrativa, sul ricorso alla custodia cautelare e alle misure alternative, e infine sui costi.

La seconda parte dell’indice riguarda le emergenze: religione e radicalizzazione, detenuti affetti da malattie mentali, autolesionismo, salute, sanzioni disciplinari, vetustà degli edifici che ospitano gli istituti correttivi.

La terza parte è dedicata a chi vive in carcere: condizione femminile, detenuti disabili, sessualità, tossicodipendenza, giustizia minorile.

Infine la quarta parta affronta alcuni temi “professionali”, cioè facenti parte dell’esperienza quotidiana degli operatori carcerari: polizia, magistratura, volontariato, diritto al lavoro, organismi di monitoraggio. Chiude il rapporto una raccolta di casi giudiziari e la cronaca di visite effettuate dai volontari dell’associazione Antigone ad alcuni istituti italiani: Busto Arsizio, Catania Bicocca, Ivrea, Livorno, Genova Marassi, Novara, Nuoro, Parma, Salerno.

L’indice del rapporto

La crisi sistematica e l’occasione mancata del 2013

In Italia il carcere c’è oggi, c’è sempre stato – almeno da quando negli Stati moderni la privazione della libertà è considerata pena più “umana” rispetto ad altre – e soprattutto c’è stato in anni recenti, dal 1970 in poi, con una crescita costante della popolazione detenuta che più volte ha costretto il Parlamento a varare provvedimenti di clemenza di massa per diminuirne il numero: in particolare l’indulto del 2006  ha estinto la pena di circa il 40% dei detenuti ma senza riuscire a invertire la tendenza all’incarcerazione – rapida e troppo spesso preventiva – come prima e non extrema ratio.

Negli anni subito successivi, tra il 2007 e il 2010, l’uso estensivo dell’incarcerazione è stato stimolato soprattutto dai reati riguardanti il consumo di droga e la condizione di clandestinità dei migranti, nodi politici ancor prima che penali, esacerbati nel dibattito parlamentare, adulterati dall’enfasi mediatica che ha creato deformazioni e fenomeni di misconoscenza nella pubblica opinione. Per restare alla prima e più impressionante stortura – quella del sovraffollamento – si è giunti in quel lasso a tangere il massimo storico di quasi 68mila detenuti, esattamente nel 2010. Di lì a poco la sentenza Torreggiani , inflitta nel 2013 dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo allo Stato italiano per trattamenti degradanti nei confronti di sette detenuti, ha generato una reazione positiva, con l’adozione di misure di razionalizzazione delle risorse e redistribuzione della popolazione carceraria, e una spinta verso pratiche assistenziali (nei confronti delle fasce più “deboli”: stranieri, disabili, madri, ecc.) e di recupero (corsi professionali in carcere, recupero scolastico e così via).

E’ durato invece assai meno l’impegno per la tenuta del sistema penale, preso a suo tempo dal ministro della Giustizia Orlando , a favore una correzione del sistema penale che limiti l’uso della custodia cautelare, velocizzi i rimpatri dei detenuti stranieri e restituisca al carcere la dimensione di ultima risorsa correttiva, là dove tutte le precedenti misure di contrasto del crimine falliscono o non arrivano.

Sono infatti ricominciati a crescere i numeri: dopo un calo costante e significativo durato tre semestri, dal 2015 i detenuti totali sono aumentati di oltre 4.000 unità, di circa 1.500 nei soli ultimi sei mesi, raggiungendo la quota di 56.436 persone incarcerate al 30 aprile 2017 (nel semestre precedente la crescita era stata di circa 1.100 persone). Il tasso di affollamento è passato dal 105% alla fine del 2015 al 108,8% alla fine del 2016, fino al 112,8% a fine aprile di quest’anno. I detenuti in custodia cautelare sono passati dal 34,1% (record tra i principali Paesi europei) al 34,3% odierno.

In aumento anche la percentuale di stranieri in carcere, dal 33,2% di fine 2015 al 34,1% del 2017: come è noto, l’Italia appartiene a quel gruppo di Paesi europei in cui il processo di immigrazione e conseguente mobilità sociale è ancora in corso, e dove la risposta al cambiamento consiste troppo spesso in ghettizzazione e criminalizzazione. La popolazione detenuta straniera, in Italia, appare molto sovraesposta rispetto alla presenza sul territorio di stranieri liberi: la percentuale più alta per nazionalità appartiene al Marocco (a causa della preponderanza dei reati per droga imputati a cittadini marocchini) e anche altri Paesi maghrebini mostrano una grande distanza tra la % di domiciliati in Italia e di detenuti nelle carceri nostrane. Gli stranieri rumeni, pur appartenendo alla comunità straniera di gran lunga più numerosa, non sono i più numerosi dentro il carcere, né seguono la divisione per genere interna al proprio gruppo etnico (le donne rumene in Italia sono molto più numerose degli uomini).

Sono aumentati anche i detenuti per condanne inferiori ai tre anni (dal 23,7% al 24,3%) e diminuiti i detenuti per condanne superiori ai dieci anni (dal 28,9% al 28,6%), a dimostrazione del fatto che il sistema penale italiano ricorre alla misura carceraria con grande facilità.

Il calo dei reati e il cambiamento di clima sociale

Non c’è dubbio peraltro che questa ripresa su larga scala della detenzione di massa si opponga nel significato e nei numeri a una situazione sociale trasformatasi profondamente negli ultimi decenni – connotata da nuove criticità e molti problemi ancora aperti – ma soprattutto molto “pacificata” per quanto riguarda la criminalità, in netto calo in quasi tutti i campi.

Nel 2015 i reati denunciati sono stati 2.687.249, contro i 2.812.936 del 2014 (-4,5%).

Negli ultimi decenni il calo di alcuni reati è stato enorme: nel 1991 gli omicidi sono stati 1.916, nel 2016 sono stati 397, cioè poco più di un quinto.

Nel giugno del 1991 i detenuti erano 31.053, mentre a fine 2016 erano oltre 54.000, circa il 175%

Ciò significa che 25 anni fa si ammazzava cinque volte di più ma si andava in galera due volte di meno. Venticinque anni fa mancava dalla scena politica e dalla discussione pubblica l’ossessione per la sicurezza.

La diminuzione riguarda molti tra i reati violenti, o quelli che creano maggiore allarme sociale: tra il 2014 e il 2015 calano le violenze sessuali (–6,04%), le rapine (–10,62%), i furti (–6,97%), l’usura (–7,41%), gli omicidi volontari (–15%). Nessuna nuova norma che incidesse significativamente sulla legislazione preesistente è stata intanto approvata, nonostante ciò i detenuti sono tornati a crescere inesorabilmente.

Fotografia di un fallimento: custodia cautelare fuori controllo, scarse spese per le misure alternative, isolamento, autolesionismo

Dello spropositato ricorso alla custodia cautelare abbiamo detto; ora è al 34,4%, nel 2008 era arrivato addirittura a oltre il 51%, motivo per cui il nostro Paese ha più volte subìto numerose condanne per violazione dell’articolo 5 della CEDU (Convenzione europea per i diritti dell’uomo) per l’eccessivo periodo di detenzione preventiva e l’assenza di effettive garanzie nei procedimenti sottesi all’applicazione di misure cautelari detentive. Il dato è influenzato da due aspetti: a differenza di altri sistemi di procedura penale, quello italiano conserva la presunzione d’innocenza oltre il primo grado di giudizio, fino al secondo e in certi casi al terzo. D’altra parte il processo penale in Italia è estremamente lento e lungo. Questo si ripercuote sulle condizioni di vita dei detenuti, che spesso, non essendo giudicati definitivi, non dispongono di alcuni atout che sono invece a disposizione dei detenuti di lungo corso (per esempio l’accesso al lavoro carcerario); la custodia cautelare viene a costituirsi come un anticipo di pena, e in certi casi (circa il 19% secondo i calcoli di Antigone) come una sostituzione, ove la condanna non viene poi emessa

Un altro punto dolente è l’aumento del numero di episodi di autolesionismo, pur in presenza di un significativo calo dei suicidi. Un ordinamento che non riesce a impedire la morte o l’auto-lesione del condannato perde forza nella sua autorità punitiva, in quanto non riesce a ritagliare un perimetro d’uso e d’applicazione per la violenza legittima, rispetto a tutti gli altri generi di violenza. Le molte storie raccolte da Antigone testimoniano il fatto che spesso il suicidio è l’ultimo episodio di una serie ben leggibile di crolli psichici, che accadono soprattutto nei soggetti più fragili posti dinanzi alle durezze della carcerazione.

Il numero di suicidi e il tasso (suicidi ogni 10.000 carcerati) sono in diminuzione da anni. Ma i tentativi di suicidio e i casi di autolesionismo sono invece in crescita. Se quindi il fenomeno del suicidio in carcere sembra mostrare un rallentamento, ciò non deve essere attribuito ad una diminuzione generale della violenza auto-inflitta all’interno delle mura della prigione.

L’Italia ha anche un tasso di suicidi tra le persone libere tra i più bassi al mondo, ma parallelamente il tasso sale vertiginosamente tra i ristretti: il rapporto pone il nostro Paese in testa in Europa in questa speciale classifica di “distanza” tra suicidi in carcere e fuori dal carcere, ponendo specifici interrogativi sulle condizioni di vita dei detenuti, sulla troppo scarsa vigilanza sui casi più critici di disagio (che spesso si risolvono tragicamente), e sul fatto che l’autolesionismo si pone in generale come estrema forma di reclamo per un’attenzione negata verso il detenuto.

Il punto più significativo e più dolente: molti poliziotti, pochi para-medici, pochissimi educatori

I poliziotti penitenziari rappresentano oltre l’89% del personale, gli educatori superano di poco il 2%. Per capire la gravità della situazione e la pervicacia con cui tali sbilanci sono stati negli anni protratti, basta fare un confronto con l’Europa: la media europea di agenti negli istituti penitenziari rispetto al totale del personale è del 68%.

Il rapporto tra detenuti e agenti in Italia è di 1:1,67; in pratica, per ogni poliziotto c’è poco più di un detenuto e mezzo. In Francia lo stesso rapporto è di 1:2,5, in Spagna di 1:3,7, in Inghilterra di 1:3,9

.Le ricorrenti lamentele del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria riguardo alle carenze d’organico riguardano dunque un numero già molto alto di agenti in servizio. Ci si aspetterebbe peraltro che in quegli istituti in cui il sovraffollamento è molto elevato aumenti anche il rapporto agenti-detenuti, è invece vero il contrario, a indicare il fatto che l’amministrazione carceraria tutela innanzitutto se stessa, rimpolpando le proprie fila a discapito degli operatori di “altro” tipo e con altro incarico.

Una carenza reale riguarda infatti gli educatori. Per loro il divario fra organico previsto e organico in servizio è in media di -35%, con alcune punte di sofferenza nei provveditorati di Toscana e Umbria (–45,6%), Lombardia (–44,9%), Emilia Romagna e Marche (–40,7%). E’ necessario insomma concentrare in futuro le risorse per incrementare la presenza di educatori, medici, para-medici, psicologi e assistenti sociali, al fine di innalzare il livello di vita dei detenuti.

Sembra doveroso tornare nella conclusione sull’aspetto più sconcertante della realtà carceraria, e cioè la sua valenza di specchio della nostra società: deformato sicuramente, ma latore di esagerazioni, manie e psicosi di massa che fatichiamo a riconoscere nella nostra vita quotidiana ma che pure applichiamo e rafforziamo, spensieratamente ma senza pietà.

In tempi di ossessione per la sicurezza, suonano valide le parole di Stanislaw Jercy Lec: nei paesi nei quali gli uomini non si sentono sicuri in carcere, non si sentono sicuri neppure in libertà.

 

Come mai l’associazione si chiama Antigone?

Antigone (in greco antico: Ἀντιγόνη, Antigóne) è una tragedia di Sofocle, rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C.

 

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