Marco Giannini
Il 4 luglio scorso la sonda Juno, lanciata dalla Nasa nel 2011, ha raggiunto l’orbita del pianeta Giove, quinto pianeta del nostro sistema stellare, gigante gassoso e maggiore tra gli oggetti celesti in orbita attorno al nostro Sole. L’obiettivo della missione è la ricognizione scientifica.
Molti giornali di grande tiratura hanno festeggiato l’evento, inondando la rete di fotografie (per esempio la CNN: in realtà ricostruzioni 3D offerte dalla Nasa) e pubblicando infografiche che descrivono la missione dagli albori alla frenata cosmica di lunedì notte.
Insomma per mezzo della cronaca illustrata e dell’infografica si è stabilito il consueto rapporto tra testata giornalistica e lettore: “noi siamo qui e vi raccontiamo l’evento in diretta”, dove il qui vuole significare proprio qui, accanto a quel che succede, nello stesso luogo fisico e nello stesso istante in cui accade la notizia.
Peccato che Giove disti dal Sole 778 milioni di chilometri (in media), ovvero poco meno di 630 milioni di chilometri dalla Terra (quando il gigante gassoso è in opposizione, cioè quando i due pianeti si trovano nella posizione più vicina possibile). Nessun uomo finora si è spinto più in là della superficie della Luna, e anche lunedì scorso non c’era nessun cronista in orbita attorno a Giove ad attendere l’arrivo della sonda.
“Dentro” (anzi, sotto) la notizia.
La stampa non è nuova a queste imprese: rendere visibile l’invisibile, mostrare ciò che nessun uomo potrà mai vedere è un compito affidato all’ancella infografica, pur accettando di approssimarsi alla realtà dei fatti.
L’esempio più calzante è la ricostruzione dell’esplosione di un potente ordigno da guerra, evento al quale si presume che nessun uomo potrà mai sopravvivere.
Per non forzare eccessivamente la finzione, il punto di vista è però un poco allontanato dalla bolla di fuoco, allineato con l’orizzonte, non troppo vicino ma coadiuvato nella comprensione da ingrandimenti sulla bomba e sui danni inferti. Come se il lettore potesse essere “embeddato” nel campo di osservazione, sulla collina accanto, in mano agli attaccanti.
Di solito si tratta di pezzi giornalistici molto seri e ponderati, anche se non mancano i casi, soprattutto in Italia, in cui lo show prende il sopravvento e consuma l’attendibilità della ricostruzione, soprattutto perché il giorno successivo, quando i fatti sono effettivamente accertati e sarebbe possibile illustrarli nel dettaglio, la notizia è dimenticata.
Eyes on Juno.
Tornando all’arrivo della sonda Juno in orbita attorno a Giove, la novità sta nel fatto che migliaia di persone hanno potuto assistere in diretta all’evento collegandosi al centro di controllo Nasa, attraverso una applicazione che utilizza i dati telemetrici forniti dalla sonda e simula sul video lo scorrere degli eventi in realtà virtuale, con uno scarto di meno di un secondo tra la realtà e il report.
L’applicazione si chiama Eyes on Juno e fa parte di una più vasta operazione concertata dal team di sviluppo del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena in California. Gli sviluppatori del centro collaborano con gli scienziati e gli ingegneri della missione Nasa per visualizzare i dati della missione, non solo a beneficio del grande pubblico ma anche per la stazione di controllo principale.
Manovrando un orologio interno all’app, è possibile esplorare i momenti più importanti dell’intera missione, ripercorrere l’avvicinamento in tempo reale, studiare nel dettaglio i componenti della sonda Juno, e molto altro.
Il rendering del software su cui è basata l’applicazione è affidato al potente motore 3D Unity Game Engine, utilizzato globalmente per far funzionare migliaia di videogiochi sulle più diffuse piattaforme e consolle.
Un lungo apprendistato.
Il Visualization Technology Applications and Development Group è condotto da Kevin J. Hussey, un climatologo che ha cominciato a lavorare col JPL di Pasadena negli anni ’70 durante un tirocinio estivo. Il suo primo incarico fu quello di costruire delle mappe basate su dati estratti dalle sonde. Negli anni ’80 le rivoluzionarie tecniche da lui elaborate per il data visualization lo hanno portato a lavorare 8 anni alla Disney, prima di far ritorno al JPL.
Lo sviluppo di Eyes on Juno nasce dall’esigenza di superare i “sette minuti di terrore”, quello scarto temporale che gli ingegneri responsabili della missione devono attendere prima di ricevere i dati provenienti dalla sonda (distante per l’appunto circa 7 minuti-luce dalla Terra), e impostare una eventuale reazione a un qualcosa accaduto lassù, tanto lontano da noi.
Visualizzazione predittiva
Il primo passo verso Eyes on Juno fu mosso in realtà all’arrivo del rover Curiosity su Marte, nel 2012, quando una versione semplficata dell’applicazione Nasa’s Eyes permise lo stesso tipo di visualizzazione a milioni di utenti.
Dopo che Curiosity atterrò sul pianeta rosso, i dati telemetrici trasmessi sulla Terra risultarono essere in anticipo di circa 0,6 secondi rispetto alla realtà. Hussey commentò che gli spettatori a terra “non stavano guardando un film, ma stavano invece interagendo con i dati telemetrici”. Configurando un futuro possbile, in sostanza, sia pure di appena mezzo secondo.
Indovinare a distanza, finché non sarà possibile portarsi appresso una telecamera.
Visualizzare gli angoli più remoti del sistema solare è un esercizio di creatività, dopotutto, perché nessuno sa esattamente come si presentino. Eyes on Juno ipotizza come un pianeta e la sua atmosfera appaiono in un dato momento, e propone una certa apparenza per altre caratteristiche in realtà invisibili (come la magnetosfera e la cintura di radiazioni, nel caso di Giove).
La prossima missione affidata al team di sviluppatori capitanato da Hussey riguarderà il “gran finale“ previsto per la sonda Cassini (https://saturn.jpl.nasa.gov/), cioè un’immersione che la sonda orbitante attorno a Saturno effettuerà più volte nel corso del 2017 entro gli anelli che circondano il pianeta. Prima di tuffarsi nell’atmosfera interna del gigante gassoso.
Ma quando sarà possibile avere una missione Nasa davvero in streaming? Nel 2018 dovrebbe partire InSight to Mars ; il modulo principale dovrebbe essere accompagnato da due cubesats, cioè due piccole scatole piene di rilevatori. Al momento non è previsto che ospitino anche due telecamere per trasmettere in diretta sul nostro smartphone l’atterraggio sul suolo marziano, ma il posto per infilarcele pare ci sia, tra un cavetto e un relais. Aspettiamo fiduciosi col nostro palmare acceso.