Maradona e la felicità

di Sentiero Digitale-redazione

Maradona e la felicità

Non ci si staccherebbe mai dalla televisione guardando i filmati che i media dedicano a Diego Armando Maradona che ci ha lasciati, nel suo stile, all’improvviso. Come uno dei suoi dribbling. Ti aspetti vada da una parte e quello ti sbilancia e se ne va dall’altra. A giudicare dalle tante immagini viste in questi giorni Diego non è stato poi così felice. La sua indole e la sua vita lo hanno messo alle strette in tante occasioni. Il suo corpo è stato diverse volte vicino alla morte, ha conosciuto tragedie personali indotte dai suoi eccessi.

Maradona e la felicità: una vita al limite

C’è oggi chi lo condanna; ricorda i suoi guai da evasore del fisco italiano (controversa questione) il consumo di droga e le frequentazioni con la camorra, per dirne alcune. In queste vicende molto resta da chiarire e lo stesso calciatore ha ammesso le “colpe” che gli sono attribuite. In un’intervista a “Che tempo che fa” (aveva 53 anni) ha dichiarato che ha cercato sempre di non coinvolgere altri nei suoi errori e credo che, a parte i suoi familiari, sia vero o perlomeno era convinto di averlo fatto. Maradona era un “poeta maledetto” (a memoria, nel calcio, cito George Best, Paul Gascoigne) splendido nel costruire la sua immagine e implacabile nel distruggerla. Prendere o lasciare, pacchetto completo, genio e sregolatezza. El pueblo ha preso tutto e magari saputo filtrare il bene dal male che era lo stesso campione a mostrare al mondo. A occhio Diego sapeva qual era la giusta strada, se poi non l’ha sempre percorsa è vero e condannabile nella misura in cui pagava i risvolti negativi di una popolarità a dir poco asfissiante e degli interessi speculativi che si muovevano attorno alla sua persona. Maradona quella strada giusta ha però saputo indicarla agli altri, quelli che non la vedevano proprio. Mica poco in ogni caso. Cantava Fabrizio De André  in via del Campo: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Maradona e la felicità: un povero ricco

El diez è stato (è ancora) il riscatto di tanti che sono in basso nella scala sociale. Si sono sentiti partecipi delle sue gesta, gli ha regalato momenti di (magari trascurabile) felicità.

Ce lo dicono proprio loro con l’affetto e il dolore spettacolare per la sua scomparsa e dobbiamo credergli senza farci troppe domande. Inutile dividere la sua vita di calciatore e quella di uomo. Si è tutto assieme e non ci sono schizofrenie, non ci sono specializzazioni o distinzioni tra quel che si è nella professione e nella vita di tutti i giorni. Nato povero Maradona è diventato un povero ricco e non ha mai dimenticato di agire contro le ingiustizie del mondo.

Una città, una squadra e un capitano: Napoli

Correvano gli anni ’80 del secolo scorso (date un’occhiata ai protagonisti del decennio) e per un’alchimia della Storia si radunarono a Napoli una serie di calciatori che presero per mano un tessuto sociale (e una squadra) provato, nel 1980, dal terremoto dell’Irpinia e senza risposte dallo Stato. Una popolazione taglieggiata per questo dalla camorra che si sostituiva alle istituzioni nel creare lavoro e qualche entrata, ma illegale. Una giustizia mafiosa a suo uso e profitto. Ogni tanto nel corso della Storia si creano delle età dorate. Una serie di personalità illuminate si aggregano e producono felicità o qualcosa di simile.

Il Napoli squadra e Diego capitano portarono la città alla vittoria e all’attenzione del mondo.

campionato 1986/87

La squadra (qui, dal Bazar del calcio, alcuni gol disegnati all’epoca del primo scudetto) non aveva mai vinto nulla di significativo, si aggiudicò due scudetti (1986-87 e 1989-90), una Coppa Italia (1987) e una Coppa Uefa (1988-89)  facendo capire a quel popolo di appassionati che c’era spazio anche per loro, che anche loro potevano fare qualcosa per il riscatto sociale e gli indicò la via, per quel che poteva.

Maradona per Napoli, come Pericle per Atene nel 5° secolo a. C, che portò un’ideale giustizia per gli strati bassi e una democrazia felice, la più avanzata possibile per l’epoca. A proposito della creazione dei miti.

Maradona e la felicità: il gol del secolo

Diego non è solo nostalgia per gli anni ’80, di chi li ha vissuti giovane o di chi li favoleggia adesso. Era un artista geniale in campo e fuori di esso non si nascondeva e dava sempre le sue opinioni senza filtri.  Che Guevara tatuato sul braccio e Fidel Castro sulla gamba, stava sempre con i più svantaggiati, come loro sull’orlo del baratro, sulla sottile linea che separa la tragedia dalla felicità. Sulla linea del pallone con un’idea spontanea, una bozza, una intuizione, un tentativo che diventa vittoria. Uno slalom tra gli avversari fino alla conclusione e noi a guardare: “adesso perde il pallone, ora lo fermano, se non un avversario una zolla, un rimbalzo imprevisto”. Invece Diego non lo perde quel pallone, segue un suo istinto intelligente e istante dopo istante (10 secondi nel gol del secolo all’Inghilterra) fila in porta in dribbling sul portiere. Ogni passo un miracolo che si rivela possibile. Nella sua descrizione di quel gol, a distanza di anni, ripassa in un’intervista le sue sensazioni; la capacità di valutare la psicologia degli avversari (“questo pensa che non mi prende proprio e lascia stare”) e allo stesso tempo sostiene le proprie convinzioni (“questo crede che mi fermo e invece vado di là”). Infine, davanti al portiere, finta il tiro potente e osserva Shilton che si copre d’istinto la faccia e allora lo scarta  poggiando “con le tre dita“ (osservazione calcistico-scientifica) il pallone nella porta.

I due gol all’Inghilterra al Mondiale del Messico 1986

Maradona e la felicità: la mano de Dios

Quella rete incredibile riscatta anche l’astuzia diabolica del gol fatto con la mano quattro minuti prima. “La mano de Dios”. Anche Dio tollera una piccola disonestà se accompagnata dall’intelligenza e dal desiderio di giustizia. Diego (come tutta l’opinione pubblica argentina e nonostante il regime militare) in quella gara era animato da rivalsa contro l’imperialismo inglese che aveva schiacciato, con la premier Thatcher, la velleitaria riconquista delle Falkland-Malvinas da parte del peraltro deprecabile regime dittatoriale dei generali argentini (basti ricordare i desaparecidos).

Maradona e la felicità: dimenticare la paura del virus

Questa è la lezione di Maradona: a volte si può intuire il destino e l’incredibile si realizza, come una favola. Volete che il Sud del mondo, da Buenos Aires a Napoli e chissà dove altro nel mondo degli ultimi non gli volesse bene? Alla fine è piaciuto a tutti. La sua morte e la riconoscenza per quella felicità che ci regalato, ci ha distratti persino dalla pandemia da Covid-19. Ha tolto i titoli e le prime pagine alla paura e alla malattia e a distanza di 4 giorni dalla morte i media sono pieni di sue notizie e delle analisi sulla sua vita. Infine i tanti gesti sportivi e gol e assist della sua avventura si riversano su tutti gli schermi e portano una indicibile nostalgia e ammirazione. La classe facile, la violenza degli avversari che ricorrevano al fallo sistematico per fermarlo e le sue reazioni mai scomposte. Al genio si perdona molto e molto infatti gli è stato perdonato. Dopo la fine del calcio giocato le sue tante metamorfosi fisiche non gli impedivano di fare ogni tanto un palleggio funambolico con un’arancia a dimostrazione che in quel piede sinistro c’era un dono e un bambino con un sogno che si era realizzato eppure non riusciva a crederlo vero. Da qui l’empatia dalla quale il pubblico, el pueblo, ha difficoltà a staccarsi e vede morire con lui una parte di sé.

Se la felicità è un fenomeno puntiforme che appare ogni tanto, quel punto luminoso che corre è Diego Armando Maradona che, forse, com’è giusto e come noi, non ha mai saputo cosa sia davvero la felicità. Ce l’ha fatta immaginare almeno.

Tutti i disegni sono di Paolo Samarelli

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